Data la storia dell´Italia, non dovremmo temere l´inflazione più di tanto. In anni che ancora in molti possiamo ricordare l´abbiamo conosciuta anche oltre il 20%, eppure l´economia bene o male continuava a crescere e con essa il benessere di tutti o quasi gli italiani. Questa volta, però, è diverso, tanto che il quasi 4% raggiunto in giugno è ben più grave e preoccupante dei tassi a due cifre che sperimentammo anni fa.
I sostanziali cambiamenti dei quali va tenuto conto sono almeno tre: il significato dell´indice, le conseguenze che determina e le possibilità di farvi fronte. Sul primo punto, non siamo certo tra quanti se la sbrigano criticando il lavoro dell´Istat. Questo fa bene il suo mestiere, che è quello di calcolare indici dei prezzi secondo metodologie che occorre conoscere per potersi avventurare in qualche valutazione. Non è colpa dell´Istat se la media dei prezzi risulta da dati estremamente più dispersi che nel passato. Oggi questa media è la risultante di prezzi che stanno salendo con grande rapidità ed intensità, ed altri che rimangono ‘freddi’ o addirittura diminuiscono. Il problema che si pone, mentre si poneva assai meno negli anni passati, è che questa dispersione incide profondamente nella distribuzione del reddito per il fatto che i prezzi più ‘caldi’, con incrementi annui a due cifre, sono quelli relativi ai consumi più diffusi: soprattutto il petrolio, con tutti i suoi innumerevoli derivati dall´energia ai trasporti, e gli alimentari a base di cereali.

Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76746

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